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Fonte: http://www.vincenzobrancatisano.it/articoli/chemio.htm
Ecco le verità nascoste sulla
chemioterapia
Inchiesta
Di Vincenzo Brancatisano
La chemio è tossica, fa cadere i capelli, fa venire la
nausea. Ma sappiamo davvero tutto sulla tossicità dei
farmaci chemioterapici antiblastici (CA), quelli cioè
che vengono usati per curare il cancro? Per approfondire
il problema della pericolosità di questi farmaci per la
salute del personale sanitario addetto alla loro
manipolazione, abbiamo condotto un’inchiesta grazie alla
quale viene fuori, forse per la prima volta, un quadro
impressionante circa il grado di tossicità dei più
diffusi farmaci antiblastici, che documenti ufficiali
prodotti dalle più prestigiose agenzie scientifiche,
definiscono addirittura "cancerogeni per l’uomo". Che si
possa curare il cancro con farmaci che rischiano
addirittura di causarlo può sembrare paradossale ai
profani, e non spetta a noi mettere in dubbio l’utilità
terapeutica della chemioterapia, cui molti pazienti
sanno di dovere la vita. Il problema è recente. Fino al
1980 non esistevano informazioni sul grado di rischio
corso da medici, infermieri, ausiliari dei reparti
oncologici. Ma scandagliando le 104 pagine del Rapporto
Istisan n. 02/16 dell’Istituto Superiore di Sanità,
intitolato "Esposizione professionale a chemioterapici
antiblastici: rischi per la riproduzione e strategie per
la prevenzione", si scopre che ancora oggi gli
"incidenti che si rilevano tra gli operatori sanitari
contribuiscono ad aumentare il livello di attenzione
della comunità scientifica, delle istituzioni e dei
lavoratori stessi". Solo nel 1993 si scopriva che
l’Italia e altri paesi della Cee erano sprovvisti di
indicazioni per il personale sanitario, ad eccezione del
Portogallo che raccomandava di incenerire i farmaci
antiblastici a 1000 gradi. Oggi, in Australia, Danimarca
e Irlanda è vietato alla lavoratrice incinta di
manipolare questi farmaci. In Danimarca le donne gravide
non possono neppure occuparsi di pazienti che li
assumono. Altri organismi raccomandano di evitare la
manipolazione di antiblastici alle gravide, alle donne
che allattano e addirittura al personale maschile e
femminile che sta tentando di concepire. Per avere
un’idea della pericolosità dei CA basta pensare che,
riferendosi allo smaltimento delle urine dei pazienti
trattati, uno studio presentato a Modena, recita che
"queste ultime possono anche essere causa di
inquinamento ambientale par contaminazione del sistema
fognario".mL’impiego dei chemioterapici, sui quali per
decenni s’è arenata la ricerca contro il cancro, risale
agli anni ‘40 quando venne utilizzata per la prima volta
la mostarda azotata per curare la leucemia. Sono farmaci
caratterizzati da una tossicità molto elevata ma non
selettiva e dunque agiscono pure sui tessuti sani e
vitali quali, tra gli altri, il midollo osseo, le mucose
e l’apparato riproduttivo. Non solo: "Proprio a causa
delle loro proprietà citotossiche e immunosoppressive –
si legge nel Rapporto – gli antiblastici possono
paradossalmente causare tumori secondari. Infatti, non
solo sono in grado di innescare la trasformazione di
cellule normali in maligne , ma tendono a ridurre le
difese endogene contro l’insorgenza di neoplasie". Ma
veniamo a un punto cruciale. Nel documento si legge che
"mentre per i pazienti tali effetti tossici sono
considerati ‘accettabili’ in vista dei possibili
benefici terapeutici, essi non dovrebbero mai colpire i
medici, i farmacisti, gli infermieri e gli altri
operatori. Invece, a partire dalla fine degli ’70
numerosi studi hanno dimostrato la pericolosità dei CA
per gli operatori sanitari". Mielodepressione, nausea,
vomito, mucositi, disturbi gastrointestinali, alopecia,
amenorrea, azoospermia, sterilità, neurotossicità,
epatotossicità e nefrotossocità, sono i principali
effetti tossici che colpiscono i pazienti. Ma "alcuni di
essi – si legge nel documento dell’Iss – sono stati
osservati anche in operatori sanitari e in particolare
in infermieri dei reparti oncologici" prima che
venissero introdotte le linee guida per la manipolazione
degli antiblastici. Nonostante tutto, anche di recente
sono stati rilevati, vi si legge, disturbi a livello
oculare, cutaneo, respiratorio causati dai CA
vescicanti; reazioni allergiche da composti del platino
e da altri CA; possibili tumori causati dai CA
cancerogeni; effetti sull’apparato riproduttivo maschile
e femminile con riduzione della fertilità, aumento del
numero degli aborti spontanei e delle malformazioni
congenite. Ma non basta: "Ulteriori studi sperimentali –
è la conclusione dello studio – sarebbero auspicabili
per valutare gli effetti acuti e cronici di miscele
complesse di CA a basse dosi", cui gli operatori sono
maggiormente esposti.
Aberrazioni cromosomiche
"Alcuni chemioterapici, a fronte di rilevanti benefici
terapeutici, costituiscono un importante fattore di
rischio per effetti collaterali, non solo immediati, ma
anche a lungo termine, aumentando il rischio per tumori
e per danni all’apparato riproduttivo", osserva la
biologa Irene Figà-Talamanca, in uno dei documenti che
compongono il Rapporto dell’Iss. Solo vent’anni fa, dopo
alcuni incidenti sul lavoro, "ci si è chiesto se
esisteva un rischio a lungo termine per la salute degli
operatori addetti alla preparazione e somministrazione
dei chemioterapici". E dunque? "La preoccupazione era
ben fondata, dato che gli studi successivi hanno
confermato effetti mutageni (ad esempio aberrazioni
cromosomiche, ndr.) e cancerogeni, oltre a danni alla
salute riproduttiva del personale femminile". Anche se
in questi ultimi anni si è fatto tanto, il problema,
insiste Figà-Talamanca, "non può essere considerato
superato" sia perché si è visto che dove le esposizioni
sono tuttora presenti, "il rischio di patologia
riproduttiva è rilevante, non solo per esposizioni
femminili, ma anche maschili", sia per la scarsa
efficacia degli studi fin qui condotti. Come se non
bastasse, i danni possono essere addirittura trasmessi
all’apparato riproduttivo dei figli degli operatori
sanitari. Da un’indagine epidemiologica emerge poi che
questi lavoratori, essendo esposti a un rischio poco
conosciuto e i cui effetti sulla salute sono
difficilmente evidenziabili, "tendono a disinteressarsi
della specifica problematica sanitaria". Eppure,
"ripetute esposizioni accidentali possono causare
accumulo e indurre, nel lungo periodo, un effetto
cronico nel lavoratore". Il tutto deve fare riflettere,
spiega il Rapporto, "considerando che i nuovi farmaci di
cui ancora non è ben nota la tossicità vengono
continuamente introdotti nei protocolli terapeutici",
specie se si considera che i chemioterapici sono usati
per malattie anche non tumorali e "che l’esposizione
lavorativa coinvolge un rilevante numero di infermieri".
Ma i problemi non mancano, visto che "il recente uso dei
farmaci antiblastici non ha consentito, a tutt’oggi, di
avere a disposizione sufficienti dati epidemiologici che
consentano di poter definire con certezza gli eventuali
effetti sulla salute". L’ing. Giancarlo Salsi,
responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione del
Policlinico di Modena è convinto dell’esigenza di
realizzare un monitoraggio dei rischi. Dice: "Siamo
estremamente convinti di essere all’interno delle
previsioni normative, che da noi vengono controllate in
maniera spasmodica dalla farmacista Benedetta Petocchi,
farmacista del Centro oncologico modenese, dove opera
l’unità centralizzata per la preparazione degli
antiblastici. Ma varrebbe sempre la pena avere dei dati
oggettivi sull’esposizione dei lavoratori". Dati che per
ora non ci sono. Il prof. Fabriziomaria Gobba,
ricercatore in Medicina del Lavoro presso l’Università
di Modena e Reggio, è autore di "Rischi professionali in
ambito ospedaliero", un autorevole manuale in materia,
edito da Mc Graw-Hill. Spiega: "E’ stato ampiamente
dimostrato che solo attraverso una conoscenza dei rischi
è possibile offrire una prevenzione efficace e che la
prevenzione parte in primo luogo dai comportamenti
individuali dei soggetti esposti". Le operazioni,
assicura Salsi, vengono svolte da personale dedicato,
debitamente formato, equipaggiato e, tra l’altro, dentro
le cappe protettive previste dalla legge.
Ma
gli infermieri sono consapevoli dei rischi?
Molti chemioterapici anticancro pur essendo riconosciuti
dalla International Agency for Research On Cancer (IARC)
e da altre autorevoli agenzie, come cancerogeni per
l’uomo, non rientrano, essendo farmaci, nel DL.vo 626/94
sulla sicurezza del lavoro. Neppure la Ue ha ancora
preso provvedimenti per farli rientrare negli elenchi
contrassegnati con le sigle R45 ("può provocare il
cancro") ed R49 ("può provocare il cancro per
inalazione"). Da qui una dura presa di posizione: "Se da
un punto di vista scientifico assimilare i farmaci
antiblastici agli agenti cancerogeni e mutageni è più
che lecito, anzi doveroso, in base alla normativa
vigente non sembra altrettanto scontato", hanno
protestato Stefania Bertoldo e Antonio Bressan del
Servizio di Prevenzione e Protezione di Legnago in
occasione del convegno "Prevenzione e protezione da
agenti chimici pericolosi", tenuto dall’Ausl di Modena
il 27 settembre 2002. Fatto sta che ci si deve
accontentare di decreti che concernono la
classificazione, l’etichettatura, l’imballaggio di
sostanze chimiche pericolose. Ma "tali decreti escludono
di fatto dal loro ambito e in maniera esplicita le
‘specialità medicinali ad uso umano’". Essendo farmaci,
dunque, non è neppure previsto di incollare sulle
confezioni il segnale di pericolo. La Commissione
Consultiva Tossicologica Nazionale nel 1995 raccomandava
di includere nell’Allegato VIII del citato decreto 626
tutte le attività che coinvolgono i farmaci
antiblastici, ma, insistono Bertoldo e Bressan, "a tutt’oggi
tale esortazione non risulta essere stata recepita".
Rimangono dunque soltanto linee guida e raccomandazioni
che, essendo prive di sanzioni, perdono la propria
efficacia. Da parte sua, l'Ispesl (Istituto Superiore
per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) ha
suggerito nel 1999 alcune "linee guida" per una corretta
manipolazione dei chemioterapici. Secondo l’Ispesl,
intervenuto nel citato convegno dell’Ausl di Modena,
anche "l’ambiente può essere contaminato in ogni fase
della manipolazione dei farmaci, in particolare durante
lo stoccaggio, la preparazione, la somministrazione e
l'eliminazione dei residui". Stefania Pisa,
rappresentante sicurezza per la Cgil presso il
Policlinico di Modena, spiega: "Noi lavoratori
avvertiamo il problema della sicurezza. Forse siamo
inascoltati e tante volte ci sentiamo dire che siamo
esagerati. Quanto ai chemioterapici, lavoriamo con
metodologie avanzate contrariamente ad altri periodi in
cui gli antitumorali venivano preparati in vari reparti
non idonei". Quanto alle sanzioni, " in caso di
violazione dovrebbero essere inflitte dal personale di
vigilanza Usl e raramente le ho viste applicare". Ma
siete consapevoli di quello che si legge nei report
circa la tossicità degli antitumorali? Fate corsi di
formazione specifici? "Ne facciamo tanti, tuttavia a noi
rappresentanti non arriva il contenuto specifico, ma
solo il titolo delle lezioni". Secondo Davide Ferrari,
medico, responsabile del Servizio di Medicina del Lavoro
dell’Ausl di Modena, negli ultimi dieci anni s’è
verificato un solo caso di neoplasia denunciata da un
lavoratore della sanità come addebitabile a causa di
servizio. Ma "queste malattie – ammette – hanno lunghi
tempi di latenza ed è difficile provare il nesso di
causa. I rischi sono molto gravi ma i lavoratori sono a
conoscenza del problema".
Balle statistiche
Secondo l’oncologo Umberto Tirelli, intervenuto in un
convegno, "i giornali e i programmi televisivi danno
notevole risalto agli aspetti negativi dei trattamenti
terapeutici e ne ingigantiscono gli effetti
collaterali". Ma i risultati della nostra inchiesta
dimostrano, semmai, una disattenzione dei media in
materia. D’altra parte, è difficile ottenere
dall’oncologia informazioni univoche circa l’effettiva
utilità della chemio nella cura del cancro. Le
statistiche sanitarie, poi, non sono sempre trasparenti
anche perché spesso i dati della chirurgia vengono
mischiati con quelli della medicina. Ma se per capire di
più utilizzassimo le dichiarazioni ufficiali, il quadro
non sarebbe molto positivo. Circa l’efficacia delle
terapie convenzionali in un diffuso tipo di cancro, ecco
cosa si legge negli atti ministeriali della
sperimentazione Di Bella, al Protocollo n. 3, diretto da
Pier Franco Conte, direttore del Dipartimento di
Oncologia e Ematologia dell’Università di Modena: "La
sopravvivenza mediana attesa dalle pazienti con
carcinoma mammario metastatico trattate con una prima
linea chemioterapia e/ormonoterapica è superiore ai 24
mesi e circa il 15-20 per cento delle pazienti è viva a
5 anni dalla diagnosi di metastasi. [...] La
sopravvivenza mediana delle pazienti trattate con
chemioterapia di seconda linea per la malattia
metastatica varia nei vari studi clinici dai 6 agli 11
mesi". Il farmacologo Silvio Garattini ha ammesso, sulla
rivista Le Scienze: "Nonostante la mole di ricerche e i
conseguenti impegni economici, si deve riconoscere che i
risultati nel trattamento del cancro sono ancora
relativamente modesti. Il miglior trattamento, quando
sia possibile, rimane ancora la chirurgia, mentre tutto
l’insieme dei trattamenti antitumorali (chemioterapia,
immunologici e radianti) arriva a malapena a determinare
una guarigione (più di cinque anni di sopravvivenza) in
circa il 10 per cento dei pazienti trattati". Paul Goss,
direttore del Breast Cancer Prevention and Research di
Toronto, a giugno 2004 presso lo IEO di Umberto
Veronesi, ha ammesso una verità sconsolante. E cioè che
la comunità scientifica ha sottostimato il rischio di
ricaduta cui sono sottoposte le donne considerate
“guarite” dalal scienza medica. In un’intervista a
Daniela Minerva sull’Espresso del 26 giugno 2004, Gross
ha spiegato che “sia le donne che i clinici non sembrano
volerci fare attenzione. Quindi noi viviamo nel mito che
dopo un certo periodo di follow up, la paziente sia
salva. Ma non è così”. In genere i pazienti vengono
considerati guariti dopo cinque anni liberi da malattia.
Continua Goss: “Il nostro studio ha seguito le donne
oltre i cinque anni canonici e dimostrato questa
terrribile realtà”. Il professor Vittorio Staudacher,
membro del Comitato Etico dell’Istituto Nazionale dei
Tumori, già chirurgo e clinico all’Università di Milano
e membro del Consiglio direttivo della Scuola Europea di
Oncologia, ha affermato sul Corriere della sera: "La
chemioterapia, con l’eccezione delle leucemie e dei
linfomi, è incapace di guarire i tumori. E mette
l’inferno in corpo ai malati". Poi si è chiesto: "La
chemioterapia ha mai guarito qualcuno da un tumore come
quello all’esofago, dell’intestino, del colon, del
cervello? La chemioterapia, che ha dimostrato di poter
colpire il bersaglio nei tumori di origine ematica
(leucemie e linfomi), negli altri tumori controlla la
proliferazione per un po’ in misura maggiore o minore,
ma non guarisce". Ma i pazienti conoscono la vera
portata degli effetti collaterali cui vanno incontro?
"Il consenso informato dovrebbe essere una prassi
consolidata", assicura il dottor Davide Ferrari.
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